Il fiore del male

Papavero bianco da oppioFonte: thaiweb.it

di Michael Sontheimer, reporter di Der Spiegel

Subito dopo aver superato il passo, fra i tronchi di grandi alberi, intravedo un mare di fiori bianchi.
Per arrivare fin quassù c’è voluto uno spericolato viaggio in jeep della durata di tre ore. In un campo circondato da un rozzo recinto di rami, una famiglia è intenta al lavoro.. ci sono due ragazzine, due ragazzi più grandi, la madre, ferma, al bordo del campo, che indossa un turbante nero e il costume tradizionale blu, rosso e nero della tribù dei Mon. Le due ragazze emergono solo con il busto da questo mare di bianco. Con estrema delicatezza, intervengono su ogni singola piantina: con l’ausilio di una spatola incidono le verdi capsule dei fiori e ne raschiano via una sostanza marrone, appiccicosa. Ci sorridono timide, senza interrompere il lavoro. Cinguettano gli uccelli, cantano i grilli, altrimenti silenzio.

I Mon chiamano questa pianta (e il suo lattice bruno) yeng, mentre il nome che le hanno dato i biologi è papaver somniferum, o papavero da oppio. La sostanza marrone e appiccicaticcia è oppio purissimo, da cui si raffinano la morfina, la codeina, l’eroina e altri oppiacei.

La coltivazione del papaver somniferum (illegale ma diffusissima), non è praticata direttamente nel cosiddetto “Triangolo d’Oro” tra la Thailandia, il Laos e la Birmania, ormai letteralmente preso d’assalto dai turisti, bensì sulle circostanti montagne calcaree, le inaccessibili propaggini dell’Himalaya che, ricoperte da fitte foreste, si estendono dal Tibet Orientale al Vietnam del Nord. Nel “Triangolo d’Oro” le tribù che lottano per l’indipendenza hanno coltivato il papavero per generazioni e oggi più che mai sono il punto di riferimento per gli acquirenti all’ingrosso. Secondo le stime dell’International Narcotics Control Board, un organismo dell’ONU, annualmente vengono riprodotte in questa zona 3.000 tonnellate di oppio puro, sufficienti per raffinare, in numerosissimi piccoli laboratori nascosti nella giungla, l’incredibile quantità di 300 tonnellate di eroina. La bianchissima eroina n.4 del “Triangolo d’Oro” è considerata la migliore del mondo.

L’efficacia delle misure adottate dalle autorità thailandesi per ostacolare i signori dell’oppio ha costretto questi ultimi a trasferirsi nel Laos e, soprattutto in Birmania.
Da paese produttore, la Thailandia si è così trasformata in paese di transito, destinato ad essere la principale via d’accesso ai mercati mondiali, in virtù della sua rete di infrastrutture e di trasporti relativamente ben sviluppata. Da Bangkok i corrieri dell’eroina raggiungono Hong Kong, l’Australia, gli Stati Uniti; in questi ultimi anni l’Europa (che viene raggiunta passando per l’Africa occidentale) è sempre più spesso la loro destinazione finale.

Quattro quinti dell’eroina consumata a New York viene prodotta nel “Triangolo d’Oro”. La polizia thailandese, come quella di tutti gli stati interessati al fenomeno, riesce a sequestrare al massimo il 5% della droga in circolazione: 815 kg di eroina e 688 kg di oppio nel lontano 1990.
Quello che preoccupa i funzionari dell’Office of the Narcotics Control Board (ONCB), che coordinano la lotta agli stupefacenti, è il fatto che una quantità crescente di droga non venga più venduta ai mercati mondiali, ma che sia destinata ad un consumo interno. “Ormai non si tratta più soltanto di un problema degli uomini bianchi”, scriveva il Bangkok Post nel 1988. I thailandesi che “cacciano il dragone” e cioè fumano o si iniettano eroina, sono quasi 600.000, 300.000 nella sola Bangkok. (cifre dei primi anni ’90 ndr).
Il papavero da oppio, che cresce solo oltre i mille metri, si pianta in agosto e si raccoglie da gennaio in poi. Sulle capsule si praticano delle piccole incisioni con una sorta di coltellino a cinque lame, per far sì che fuoriesca il lattice bianco che una volta rappresosi diventa oppio puro.

Il campo che è davanti a noi è lungo 30 metri e largo 60, produce in due raccolti circa 8 kg. Di oppio. “Quando viene il tempo del raccolto, i mercanti della città vicina vengono al villaggio”, racconta il figlio minore della famiglia Mon “e noi barattiamo lo yeng con benzina, vestiti, riso e anche dolciumi”. Volendo si può anche avere del denaro, un tot a seconda della qualità. “Non so cosa ci facciano i mercanti” dice, ” sicuramente lo rivenderanno a chi vuole fumare”. Chiedo perché la sua famiglia non sostituisca al papavero da oppio il riso, come consiglia il governo. “Con il riso si guadagna molto meno” risponde lui, ” e poi abbiamo sempre coltivato lo yeng”.

I Mon emigrarono dal Vietnam, Laos e Cambogia dalla Cina meridionale. Quando vinta la cosiddetta Guerra dell’Oppio del 1840 – 42, le truppe inglesi reintrodussero in Cina il commercio dello stupefacente con la forza delle armi, la campagna di marketing organizzata dalla Compagnia Delle Indie Orientali per lanciare questo prodotto riscosse un tale successo che i Mon intervennero per cercare di soddisfare la fortissima domanda. Questa bellicosa tribù di montagna fece però in modo che l’oppio non distruggesse anche la comunità: a tutt’oggi solo gli uomini sposati e sistemati, o i malati possono fumare.
I Mon e le altre tribù montane che producono oppio guadagnano solo quanto è sufficiente ad assicurare loro la sopravvivenza. Sulle montagne del “Triangolo d’Oro”, il prezzo dell’oppio è inferiore di 100 volte a quello pagato per il prodotto finale, l’eroina, sulle strade delle metropoli dei Paesi industrializzati.

A chi va la maggior parte degli enormi profitti? Non ai mercanti che comprano l’oppio e neppure ai signori della guerra che gestiscono e assicurano il trasporto attraverso le montagne fino a Bangkok.
I grandi profittatori sono i padrini che ne controllano il traffico: generalmente si tratta di uomini d’affari cinesi che organizzano il trasporto della droga oltreoceano, dove poi si occupano anche della sua distribuzione. Sono titolari di ditte che servono solo come copertura e risiedono a Bangkok, Singapore, Hong Kong, Taipei, le città che gli addetti ai lavori chiamano spesso “Il Quadrilatero di Platino”. Un agente della narcotici di Bangkok descrive l’attività di questi padrini con tono rassegnato: “Si limitano a finanziare; alla droga non si avvicinano neppure, e quindi non c’è modo di arrestarli”.
Già nel 1946 i delegati della prima conferenza contro la droga indetta dalle Nazioni Unite criticarono la Thailandia per essere l’unico Stato al mondo che non rinunciava al monopolio dell’oppio. Tuttavia solo nel dicembre del 1958, a seguito di notevoli pressioni da parte degli USA, il governo di Bangkok si decise a dichiarare la produzione, il commercio e il consumo di oppio reati punibili per legge. I militari che controllavano con mano ferrea la vita politica thailandese, non rinunciarono volentieri a una fonte di guadagno così lucrosa. L’aumento senza precedenti registrato dalla produzione di oppio nel “Triangolo d’Oro” dopo la seconda guerra mondiale non avvenne però per merito dei generali di Bangkok, bensì dei loro colleghi cinesi.

Nel 1949 l’Armata Rossa di Mao Tse Tung aveva cacciato le truppe sbandate di Chiang-Kai-Shek dalla provincia meridionale cinese dello Yunnan, costringendole a ritirarsi nella vicina Birmania orientale, che confinava con la Thailandia. La Cia inviò agenti, armi e denaro nel tentativo di riorganizzare queste truppe di desperados affinché combattessero con azioni di guerriglia contro i comunisti cinesi.
Due delle spedizioni effettuate dai guerriglieri fallirono clamorosamente. L’esercito birmano costrinse buona parte dei combattenti del Kuomintang a riparare in Thailandia, dove essi si dedicarono ad attività meno pericolose e più redditizie: i generali che li capitanavano sottomisero le tribù di montagna, esigendo il pagamento di tributi che, nella maggioranza dei casi , dovevano avvenire in oppio. Inoltre fecero arrivare da Hong Kong dei chimici che non ebbero alcuna difficoltà a raffinare l’oppio e produrre così la pregiata eroina n.4. A Bangkok, gli uomini del Kuomintang potevano contare su un potente alleato, che si occupava della distribuzione: il generale Phao Sriyanonda, capo della Polizia thailandese, che gli americani avevano armato generosamente. Phao fornirà al Kuomintang armi “made in USA”, e i suoi poliziotti trasporteranno l’eroina dei cinesi fin sulle navi dirette a Hong Kong o Singapore. All’inizio degli anni 60 questo cartello cino-thailandese, nato grazie all’appoggio degli Stati Uniti, aveva ormai trasformato il “Triangolo d’Oro” nel maggior produttore mondiale di oppio. Ben presto nel vicino Vietnam del Sud, i trafficanti riuscirono a trovare clienti disposti a pagare profumatamente per avere la preziosa polvere bianca. Erano i giovani soldati americani che stavano combattendo una guerra insensata.

Gli anticomunisti vietnamiti, che avevano conquistato il potere con l’appoggio della Cia, erano coinvolti in questi traffici quanto i protégés del governo di Washington in Laos e Cambogia. Alla fine degli anni ’60, in Vietnam un soldato americano su cinque faceva uso di eroina. Prima di tornare in patria, gli eroinomani in condizioni più gravi venivano trasferiti in Germania per essere disintossicati.
Di lì a poco anche l’oppiaceo scoperto nel 1897 dall’azienda farmaceutica Bayer fece ritorno nella sua terra d’origine, e i cinesi incominciarono la penetrazione del mercato europeo, utilizzando Amsterdam come base d’appoggio.
La legge che vietava la produzione e il commercio dell’oppio, emanata dalle autorità thailandesi nel 1958, ebbe conseguenze che risultarono incomprensibili agli europei, ma rispecchiavano fedelmente la realtà di un paese come la Thailandia.

La polizia di frontiera e i soldati che avrebbero dovuto combattere il traffico di droga, colsero al volo l’occasione e si sostituirono ai trafficanti cinesi nel lucrativo affare-droga. Distruggevano i campi di papaveri solo quando i contadini si rifiutavano di vendere i loro raccolti. Ci vollero continue pressioni da parte degli Stati Uniti, nonché aiuti economici e militari, affinché i Thailandesi si decidessero a prendere seri provvedimenti contro la coltivazione del papavero da oppio. La strategia adottata inizialmente era un po’ troppo semplicistica: aerei dell’Aviazione Militare Reale sorvolavano il “Triangolo d’Oro”, lanciando volantini che esortavano le tribù di montagna a non coltivare più l’oppio. Peccato che i destinatari non fossero in grado di leggerli, dato che erano redatti in lingua thai.

I generali della polizia e dell’esercito realmente intenzionati a dichiarare guerra all’oppio capirono infine che i semplici appelli e le sole azioni repressive, come per esempio la distruzione dei raccolti, non sarebbero stati sufficienti a debellare questa piaga. Il governo avrebbe infatti dovuto offrire alle minoranze etniche delle alternative alla ormai secolare coltivazione del papavero. L’argomentazione era convincente: senza la possibilità di coltivare dei prodotti altrettanto redditizi, questa gente sarebbe sprofondata sempre più nella miseria e avrebbe tentato con tutti i mezzi di ripristinare la tradizionale produzione dell’oppio. A partire dal 1969 il Re Bhumibol Adulyadej (Rama IX), istituì una serie di “progetti reali” volti a promuovere lo sviluppo delle aree montane. Vennero costruite scuole (dove gli studenti, appartenenti alle minoranze etniche, seguivano lezioni in lingua thai), ospedali, strade e acquedotti; esperti in agraria introdussero colture alternative, protette da prezzi sovvenzionati.

L’idea della cosiddetta sostituzione dei raccolti era molto convincente, e presto l’Australia, la RFT, gli USA, il Canada, la Norvegia e anche l’ONU l’appoggiarono.
Chiang Mai venne letteralmente invasa da esperti di tutti i generi, tanto che oggi, nella maggiore città del Nord della Thailandia, tecnici agrari, antropologi e agenti dei nuclei antidroga delle polizie di mezzo mondo si pestano i piedi a vicenda. A Chiang Mai tutti conoscono i cinque collaboratori, tra i quali tre neri, della statunitense Drug Enforcement Agency (DEA). Sono abbastanza furbi da fingere di ignorare molto di quanto accade qui.

“Il problema principale del metodo della sostituzione dei raccolti è il fatto che il prezzo dei pomodori, del caffè o dei cavoli non può assolutamente competere con quello pagato per l’oppio”, affermava Pitthaya Jinawat, che dirige il programma di cooperazione tedesco-thailandese per conto dell’Office of Narcotics Control Board, riassumendo così brevemente i termini del dilemma: “I contadini delle aree montane vogliono che il governo garantisca prezzi elevati per i prodotti “legali”; la Thailandia, d’altro canto, non può permettersi questa politica di sovvenzioni”.
Tuttavia, Pithaya Jinawat si dichiara soddisfatto dei progressi ottenuti, anche se ammette che lo sfruttamento in senso turistico ed economico delle aree montane ha allontanato le tribù dalla cultura e dalla stile di vita tradizionali, senza però farle partecipare al miracolo economico thailandese. Jinawat trova deprimenti gli articoli di giornale che parlano dei contadini di montagna che vendono le loro figlie ai bordelli di Bangkok in cambio di un televisore,oppure dei mediatori di matrimoni giapponesi.

“In questo momento quello che ci preoccupa maggiormente è il fatto che la tossicodipendenza si stia diffondendo anche tra le tribù montane” afferma, “In queste zone ci sono sempre stati 20.000 oppiomani, ma si trattava in prevalenza di anziani, mentre ora il fenomeno si sta estendendo tra i giovani, che fanno uso di eroina. Sono disorientati, e pensano che questo comportamento sia indice di modernità”.
Inizialmente i programmi di raccolti alternativi prevedevano la diffusione della coltivazione di cavoli e pomodori in grandi monoculture: ma a un certo punto i prezzi di questi prodotti subirono un tipico crollo da sovrapproduzione. Inoltre i contadini spargevano sui loro campi concimi chimici in quantità eccessive, poiché ne ignoravano le corrette modalità d’uso.

Dato che tutto ciò avveniva all’interno di importanti bacini idrografici, non ci volle molto perché gli ecologisti thailandesi, che godono di una considerazione sempre maggiore, incominciassero a denunciare l’inquinamento dei fiumi.
Per ottenere un reddito modesto, se coltiva il papaver somniferum, una famiglia ha bisogno solo di un terzo di ettaro di terreno, mentre con i prodotti consentiti dalla legge sono necessari uno o due ettari: una vera e propria minaccia per quei per quei lembi di foresta finora risparmiati dalle asce dei taglialegna professionisti. L’oppio può anche avere effetti devastanti sul piano sociale, ma il suo impatto ecologico è ottimale.

Se, a prezzo di un notevole esborso finanziario, si è riusciti a ridurre il quantitativo di oppio prodotto in Thailandia, portandolo dalle 145 tonnellate annue nel 1965, alle 30 tonnellate nel 1990, è però vero che nel vicino Laos la produzione è cresciuta fino a superare le 300 tonnellate l’anno, mentre in Birmania (il maggior produttore mondiale) si è sfiorata la soglia delle 2.000 tonnellate.
Il fatto che l’eroina continui a essere prodotta anche in Thailandia è dovuta alla corruzione endemica; accade molto spesso che i poliziotti onesti sorprendano colleghi corrotti in possesso di chili di questo stupefacente. Se si arriva a un processo, i delinquenti in grado di comperare la propria libertà riescono sempre a evitare di scontare la pena. Non molto tempo fa, per esempio, un famoso trafficante di droga condannato all’ergastolo è stato visto passeggiare in pieno giorno per le strade di Chiang Mai da un esterrefatto conoscente.

La soluzione di questo mistero? I fratelli dell’imputato si erano accordato con la famiglia povera affinché, dietro lauto compenso, uno dei suoi membri scontasse la pena in sua vece.
Giustizia thailandese.
Il più famoso dei signori della guerra impegnati nella produzione dell’oppio nel “Triangolo d’Oro” si chiama Khun Sa. Attualmente la base operativa di Chang Si-Fu ,questo infatti è il suo vero nome, è situata sulle inaccessibili montagne birmane, a soli pochi chilometri dal confine con la Thailandia. Khun Sa è a capo di un esercito di almeno 7.000 uomini e, secondo le stime dei funzionari della Dea, controlla più della metà della produzione di oppio.

Nato nel 1933 nella Birmania orientale, Khun Sa imparò il mestiere di soldato e quello di trafficante di droga nelle file del Kuomintang. Ben presto però costituì un proprio esercito personale che, in un primo tempo, si mise a disposizione del governo birmano per la lotta contro i ribelli. Quando incominciò a organizzare carovane per il trasporto dell’oppio, entrò in conflitto con i cinesi: uno scontro che tornò a tutto vantaggio dei generali laotiani. Nel 1969 Khun Sa finì nelle prigioni birmane, ma quattro anni più tardi uno dei suoi luogotenenti rapì due medici sovietici, ponendo il suo rilascio come condizione di liberazione degli ostaggi. Una volta libero, Khun Sa creò la Shan United Army; ancora oggi, si definisce un partigiano che combatte contro il governo birmano per l’indipendenza delle popolazioni montane dello Shan. Sostiene di pretendere il pagamento dei tributi in oppio solo perché non ha altre possibilità di finanziare la sua giusta causa.
Gli anni’70 furono testimoni della sua inarrestabile ascesa. Sposò una thailandese e acquistò una villa che possiede tuttora in un elegante quartiere di Bangkok.

Godeva evidentemente della protezione di un primo ministro thailandese, e si credeva così forte che fece assassinare due agenti americani. Ma quella volta il re dell’oppio aveva oltrepassato il limite, il governo statunitense esercitò tali pressioni sui generali di Bangkok che questi nel 1982, attaccarono il suo quartiere generale di Ban Hin Taek, nella provincia di Chiang Rai, e dopo combattimenti che si protrassero per giorni, lo costrinsero a ritirarsi in Birmania.
Nel marzo del 1987 l’esercito inscenò una seconda “campagna” per distruggere l’altra sua base, situata nei pressi di Doi Lang. “Era una guerricciola per i massa media” dichiarò poi Khun Sa ai reporter con aria divertita.

Nel 1988, un suo emissario si incontrò a Bangkok con Henry Kissinger, inoltrando al ministro degli esteri statunitense la seguente proposta: il suo capo avrebbe rinunciato al monopolio della droga se gli U.S.A gli avesse corrisposto per sei anni un “aiuto economico” di 95 milioni di dollari. Gli americani rifiutarono, e così ancor oggi il re della droga vende la sua preziosissima eroina “super al 100%”.
Il 15 marzo 1990, il procuratore generale americano Richard Thornburgh ha spiccato nei suoi confronti un mandato di cattura per contrabbando di eroina continuato; ma il tentativo di farlo rapire dai ribelli è risultato un fallimento. “Quell’uomo sa troppo” afferma un esperto di Chiang Mai, “e nessuno si può permettere che venga catturato vivo”.

Ma per il momento il pericolo maggiore per Khun Sa è costituito dai concorrenti che operano nello Shan: si tratta di una nuova generazione di padrini dell’oppio che, tollerati dalla polizia, controllano con mano ferrea la produzione di eroina birmana.
Come via d’ascesa ai mercati internazionali della droga i nuovi arrivati non utilizzano più la Thailandia, ma la Repubblica Popolare Cinese. Un funzionario della DEA spiega il motivo che li ha spinti a scegliere un nuovo itinerario: “Rispetto alla Thailandia, la Cina offre il duplice vantaggio: i poliziotti onesti sono meno esperti in fatto di droga, e quelli corrotti meno esigenti in fatto di soldi”.

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