Sconcertante è lo sconcerto

segnalazione-3E’ del 16 novembre l’articolo-segnalazione apparso su TorinoToday in merito al ritrovamento di una siringa e della relativa confezione di acqua per iniezioni nel parchetto di p.zza Adriano che, appunto, titolava “Sconcertante in piazza Adriano”. Tra i commenti che seguono i primi quattro sono rappresentativi di ciò che la gente -non solo a Torino perché potrebbe essere una qualsiasi altra città metropolitana – pensa dell’accaduto. Si va dagli ovvi sfottò che chiedono all’autore/autrice della segnalazione se fino ad allora avesse vissuto in un monastero tibetano a chi assegna la proprietà del materiale ritrovato a un malato di diabete. Ma c’è anche chi, nonostante alcuni si addentrino nel consigliare le solite e vetuste ricette securitarie, molto chiaramente dice che l’eroina è tornata!

Forse, aggiungiamo noi, non se n’era mai andata. Il mercato si era trasformato e perfezionato per sfuggire al grosso dell’opinione pubblica, ammaestrata a una presenza non troppo invadente al contrario di ciò che succedeva negli anni ’80 e primi ’90 quando i media facevano a gara nel riportare episodi tragici ad essa collegati. In seguito è venuto il tempo degli allarmi sulle droghe sintetiche, non ancora tacitato, così che “lei”, la regina delle droghe ma soprattutto dei guadagni, potesse meglio sfuggire le attenzioni che le si riservavano.

Mai che si interpellassero a dovere coloro i quali erano autori e co-autori del fenomeno. Chi la usa/usava, tossici ed ex-tossici venivano dati in pasto all’opinione pubblica, famelica di pietismo prima e giustizialismo in seguito, allorché, recentemente, anche le leggi si uniformarono a decretarne ufficialmente l’apertura del periodo di caccia. Responsabili quanto un narcotrafficante, prede facili e indifese se comparate alle moderne tecniche di caccia, sono servite a placare una parte dell’opinione pubblica e a costruire carriere di militari e addetti alle forze dell’ordine. Con la benedizione di coloro i quali hanno continuato a fare enormi affari.

Gli “operatori sociali e sanitari delle dipendenze”, poi, sono passati da salvatori degli “ultimi” a strumenti attraverso cui contenere e controllare quelli di cui sopra; qualcuno si è piegato altri meno, alcuni hanno continuato a combattere ciò che a tutti gli effetti è una mistificazione: quella guerra alla droga che sempre più  diventava caccia ai drogati. Ad un certo punto non importava nemmeno più di cosa ci si facesse; tutti erano drogati!

Se fosse dato credito alle esperienze di chi è immerso in questo mondo, intorbidito dai profitti e dalle logiche di consumo, la risposta più ricorrente sarebbe: “non serve”.

Non serve criminalizzare chi non è un criminale, non serve cercare un capro espiatorio nella complessità del fenomeno, non serve controllare o reprimere uno stile di vita, non serve fare la morale a una scelta. Non è servito proibire.

Questo non vuole essere un inno all’antiproibizionismo. E’ una presa di coscienza, sempre più condivisa anche se per motivi a volte distanti tra loro, ma pur sempre fondata su dati di realtà: decenni di politiche proibizioniste non hanno risolto i problemi delle persone coinvolte, nè di chi le sostanze le usa nè delle persone che vivono accanto a loro. Eppure sarebbe diritto di entrambe le parti riuscire a non viversi l’uso di sostanze come un problema, di quale ordine non è importante.

Una soluzione, in realtà, esiste. E’ molto pragmatica e attenta a entrambe le componenti in gioco: collettività e individuo che fa uso. Dopo un’iniziale implementazione, nel nostro paese è stata sempre meno sperimentata perché tacciata di ideologismo proprio da coloro i quali avevano un approccio ideologico al fenomeno. Una contraddizione italiana, una delle tante, forse non solo nostra ma che non trova sponde nemmeno negli organismi internazionali che si occupano di droga da più punti di vista.

Le Nazioni unite, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la stessa Unione Europea, incitano più volte alla necessità di ricorrere a politiche di riduzione del danno e strumenti di limitazione dei rischi nell’interesse della persona che usa sostanze e della stessa comunità cui appartiene. E non si può certo definire antiproibizionista alcuna delle istituzioni citate. Semmai il contrario.

Oggi in Italia disponiamo di dati nazionali sulla diffusione delle infezioni da Hiv che non sono rappresentativi poiché i test effettuati sono in costante calo. Terminata l’emergenza ci si è dimenticati di un pericolo sempre presente e diffuso. Non sappiamo con certezza quanto, ma il calo di attenzione non ha certo portato a un miglioramento della situazione.

Recentemente, poi, ci si è accorti di come nel mondo – quello occidentale in particolare – le morti per Aids siano state superate da quelle per cirrosi e tumore al fegato conseguente all’infezione da HCV. Molte di queste morti erano evitabili se si fossero perseguite serie politiche di riduzione del danno.

La recente politica attuata nei confronti delle droghe ha allontanato le persone che fanno uso di sostanze dai servizi, ma soprattutto ha instillato una certa diffidenza nelle istituzioni che si riflette in una carenza nel prendere coscienza della propria scelta, insita di rischi per sè stessi e per la comunità.

Occorre un cambio di paradigma nell’interesse di tutti e l’adozione di politiche di riduzione del danno che oltre a comportare un ottimizzazione delle risorse, forse addirittura un risparmio a fronte di “nuove professionalità” e posti di lavoro, costituisce una strada che “scientificamente” offre la garanzia delle maggiori evidenze possibili.

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