“Come fare soldi vendendo droga”: un bel giro d’affari per il governo Usa

Matthew CookFonti: duerighe.com e Repubblica.it

Nel docu-film di Matthew Cook si racconta come si diventa uno spacciatore, come ci si arricchiesce e, soprattutto, il ruolo ambiguo del governo americano. Testimonianze celebri, da Susan Sarandon a Woody Harrelson a Eminem. E il rapper 50 Cent, che a dodici anni spacciava crack.

È una buona cosa che il documentario continui a rafforzare la sua presenza sugli schermi. Ed è una buona cosa l’uscita di Come fare soldi vendendo droga, docu-film (da oggi nelle sale) del regista, scrittore e attore Matthew Cook che fa un discorso forte e chiaro sugli stupefacenti – e il loro vario “uso” – scoperchiando parecchi sepolcri imbiancati sullo spinoso tema.  Come in un videogioco, ma è la realtà.Come-fare-soldi-vendendo-droga-300x183
Il regista, scrittore e attore Matthew Cook trascina lo spettatore in quasi due ore di documentario che racconta, con stile incalzante, a tratti quasi vertiginoso, l’ascesa di un pusher nel mondo dello spaccio di droga made in USA, da semplice spacciatore, a narcotrafficante a capo di una rete di traffico internazionale.

Protagonisti, ex Re indiscussi del mercato di ogni tipo di droga, dalla marjuana, alla cocaina, fino a sostanze come il crack, ora convertitisi ad una vita più morigerata, anch’essa in pieno stile americano, dove, dopo le porte dell’inferno e della perdizione, spesso si spalancano quelle dell’auto- redenzione, magari dopo anni di galera e cicatrici fisiche e morali che ti ricordano chi sei stato.

Cooke parte con tono ironico, immaginando una lezione sullo spaccio di droga strutturata per livelli come un videogame. Partendo dal primo, “Come iniziare”, per arrivare attraverso altre fasi, da “venditore al dettaglio” a “distributore nazionale”, fino a “boss di un cartello della droga”. Nel frattempo, lo spettatore-allievo avrà imparato i modi per aggirare la legge, corrompere poliziotti o esportare cocaina dalla Colombia nei modi più fantasiosi (dentro protesi, preservativi, fagioli rossi…) con guadagni progressivi da 100 dollari l’ora a 1 o 2 milioni al giorno.

L’irresistibile ascesa nel businesss della droga è narrato come un percorso ad ostacoli, talvolta mortali, di un videogame che passa attraverso azzardi e cadute per ripagare le fatiche e le miserie di vite contraddistinte dalla povertà, materiale e affettiva, dove i grandi assenti sono i genitori, vivi o meno, figure sempre incapaci di assolvere al loro compito educativo e di protezione, anch’esse schiacciate da esigenze ben più concrete, come quella di riuscire a sopravvivere. Ecco che dietro la facciata di uomini duri e senza rimorsi, si intravede il bambino che si è stati, ragazzini dall’infanzia negata che vedono nei soldi e nel lusso quel riscatto per sé e a volte anche per la famiglia d’origine, a lungo inseguito.

Fuor di dubbio la competenza dei professori: l’ex-dealer Bobby Carlton, insegnante di spaccio al dettaglio, il mitico Freeway Rick Ross o Brian O’Dea, che al culmine della carriera dava lavoro a 120 dipendenti. Incluso il rapper Curtis “50 Cent” Jackson, nato nel ghetto e che a dodici anni spacciava crack. Per dare un’informazione più completa non mancano le testimonianze di poliziotti, corrotti e no, legali, giudici. Dove vien fuori che gli “informatori” consegnano spesso alla polizia liste di innocenti per cavarsela senza finire nelle grane con i pericolosi dealer. Passano sullo schermo scene di film come Il padrino, Scarface o Easy Rider. A un certo punto della lezione crediamo di sapere tutto sul modo di far soldi vendendo droga: e invece, la parte più importante viene adesso. Perché Cooke fa entrare in scena un altro “giocatore”, proprio quello che, dal business della droga, ricava più soldi. Il Governo americano.  

Non ci si faccia però ingannare dall’apparenza e dall’iniziale “stordimento” che la rapidissima successione di scene – e la quasi sconfinata massa di informazioni che piombano quasi a tradimento sullo spettatore – inducono: questo documentario non incita al consumo di droga ed è solo apparentemente attrattivo. La denuncia è molto più forte e si riassume nella figura dell’ex poliziotto, arruolato nella DEA (la squadra americana antidroga) distintosi in servizio per la particolare vocazione e dedizione alla caccia dello spacciatore e del consumatore, in un’ottica di persecuzione anche violenta di chi infrange la legge.

Con tono sempre ironico, ma più amaro, Cook ci racconta come cento anni fa Harry Anzlinger convinse i politici a vietare le droghe, esportando poi il proibizionismo nel resto del mondo. I suoi eredi (presidenti quali Nixon e Reagan) proseguirono sulla stessa strada istituendo la DEA, la squadra antidroga, e dichiarando (tra perle come “I bastardi che vogliono la legalizzazione della marijuana sono ebrei” o “La marijuana conduce all’omosessualità e quindi all’Aids”) guerra senza quartiere alla droga. Una pseudo-guerra che nasconde un gigantesco giro d’affari: le politiche proibizioniste garantiscono enormi quantità di fondi federali alla CIA, finanziano le squadre SWAT specializzate in blitz sanguinosi, impinguano l’industria carceraria, tra le poche in continua crescita. Senza contare che con la propaganda anti-droga si vincono le elezioni.

L’amore per una ragazza, abituale consumatrice di marijuana, e la scoperta, devastante, del piacere provato quel giorno in cui, per pura curiosità, si accese uno spinello, ribalta il suo – e il nostro- punto di vista: da moralizzatore, l’uomo si trasforma in difensore dei diritti così spesso calpestati dalla polizia e dall’autorità, nei confronti di molti cittadini o dei cosiddetti “pesci piccoli” della catena dello spaccio, divenendo un fervente antiproibizionista, attivo nella lotta contro l’ingiustizia sociale che l’ascesa nel mondo della droga cela dietro di sé. Ecco venire a galla il vero tema: la profonda ingiustizia sociale che fa da terreno fertile alla delinquenza, di basso e alto livello, se così si può dire, che più che con il pugno di ferro e il richiamo ad una inesistente società ideale, andrebbe combattuta con le armi dell’informazione e dell’azione concreta tesa a appianare e ridurre le differenze tra chi fatica a stare a galla e chi nasce al posto giusto nel momento giusto e che dimostra che, da ricchi, vestire i panni dello spacciatore è un quasi gioco da ragazzi, dal quale si può uscire indenni.

Storie a cui la società americana ci ha, del resto, già abituato da quando abbiamo capito che il nero-povero-con avvocato d’ufficio è il candidato ideale alla sedia elettrica mentre il bianco residente nel quartiere vip troverà mezzi e scappatoie per uscirne pulito guadagnandosi, perché no, il suo attimo di celebrità.

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